Sorpresa nelle urne per la Colombia, con la popolazione che si è espressa per il ‘no’ all’accordo firmato una settimana fa tra il governo e le Farc, l’organizzazione politica di ispirazione marxista-leninista che da 52 anni combatte lo Stato centrale. Al referendum erano chiamate a votare 13 milioni di persone ma ha prevalso l’astensione, con il 60% degli aventi diritto rimasti a casa.

Lo scarto tra ‘si’ e ‘no’ è stato minimo, circa 65mila voti, ma rappresenta un colpo durissimo per il presidente Juan Manuel Santos, un ko politico per chi si è speso totalmente per avere la conferma dell’intesa con le Farc per la riconciliazione nazionale. Al contrario il successo è tutto del predecessore Alvaro Uribe, strenuo difensore del no all’accordo. Il voto ha dimostrato che la Colombia è un paese spaccato tra chi era pronto all’intesa e chi invece considera che l’accordo sia troppo favorevole agli ex guerriglieri Farc e al loro reinserimento, dopo anni di sangue e attacchi armati, nella società.

La notizia della vittoria del fronte di chi non accetta i termini dell’accordo firmato tra Santos e il leader delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, Rodrigo “Timochenko” Londono, apre una nuova fase di instabilità per l’intero paese, che non riesce a trovare la strada giusta per chiudere definitivamente 52 anni di conflitto armato.

Resta però il cessate il fuoco tra Colombia e Farc – Subito dopo l’esito a sorpresa del referendum, il presidnete Santon ha sottolineato in un breve intervento a reti unificate che “il cessate il fuoco è bilaterale e definitivo”. Anche le Farc hanno precisato di voler mantenere la propria “volontà di pace” ribadendo di essere disponibili “a usare solo la parola come arma di costruzione del futuro”. Gli ex guerriglieri comunisti confermano così il loro addio alle armi, nella speranza di un prossimo reinserimento in società.